martedì 11 agosto 2015

(In)giustizia sportiva

Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, diceva Giolitti. Non so siamo di fronte agli amici di chi accusa o di chi giudica, o di chi la giustizia la indirizza solamente, certamente è difficile spiegare la disparità con cui si sta muovendo al Procura Federale rispetto a Calciopoli.

Nel 2006 non vi fu nessuna partita alterata, come confermato anche dai Tribunali ordinari. Eppure per la Juventus fu chiesta la Serie C con penalizzazione, quindi la retrocessione di ben due categorie. Per Moggi addirittura la radiazione, poi comminata.

Tralasciando quello che successe nel 2011, con Palazzi che aprì un fascicolo sull’Inter a prescrizione ormai decorsa, quest’anno l’(in)giustizia sportiva si è superata.

Celandosi dietro lo strumento premiale previsto in caso di collaborazione, il Procuratore Federale ha chiesto la retrocessione in Lega Pro per il Catania (quindi solo una categoria inferiore rispetto all’ultima giocata dai siciliani) e cinque anni di inibizione per Pulvirenti.

Palazzi sostiene che le richieste nascono da una valutazione premiale della collaborazione, perché queste condotte, a suo dire, aiuterebbero a spezzare il muro dell’omertà.

Se è per questo, si potrebbe anche affermare, in modo corretto, che il diritto tratta situazioni diverse in modo diverso, ed è vero. Il fatto strano, e preoccupante, è che la situazione attuale è sì diversa da quella del 2006, ma è diversa in quanto più grave.

Siamo infatti di fronte a partite truccate attraverso la dazione di denaro e a fatti accertati in quanto confessati dai diretti protagonisti.
Anche se ragionassimo per assurdo e prendessimo per buona la ricostruzione di Calciopoli, il messaggio lanciato allora dalla giustizia sportiva stride completamente con la linea attuale.
Allora richieste di pene esemplari anche in assenza di gare truccate, oggi scelte premiali in caso di pentimento post delictum senza però quella spontaneità che è elemento essenziale dell'istituto. In sostanza, se compri una partita e non ti scoprono, ti è andata bene. Se ti beccano non ti va proprio male, basta collaborare e tra cinque anni sei di nuovo dei nostri.

Come è possibile arrivare a tale abnormità? Può la confessione, fatta solo per ragioni opportunistiche e solo successivamente alla conclusione delle indagini di fronte ad un quadro probatorio ben definito, giustificare una diversità di trattamento di questo genere?

E come funziona la giustizia sportiva? È il codice che permette tutto questo oppure le norme federali consentono semplicemente, e sarebbe grave, una discrezionalità tale da sfociare in arbitrio?

Un arbitrio che porta a chiedere cinque anni a chi ha truccato sei partite e la radiazione per chi, secondo l'accusa, è riuscito (magia) a influenzare l'intero campionato senza alterare neanche il risultato di una gara (sic!).

Bisogna necessariamente aprire una riflessione che porti alla riforma della giustizia sportiva, che tenga conto delle esigenze di celerità senza mortificare il diritto di difesa di chi è accusato, con pene proporzionate e certezza delle stesse, ordinata all’insegna dei principi di imparzialità e indipendenza, del giusto processo e dello stato di diritto.

Insomma, di disegnare un processo degno di questo nome.
Antonio Zurlo

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