Nel 2006 non vi fu nessuna
partita alterata, come confermato anche dai Tribunali ordinari. Eppure per la Juventus fu chiesta la
Serie C con penalizzazione, quindi la
retrocessione di ben due categorie. Per Moggi addirittura la radiazione, poi
comminata.
Tralasciando quello che successe
nel 2011, con Palazzi che aprì un fascicolo sull’Inter a prescrizione ormai
decorsa, quest’anno l’(in)giustizia sportiva si è superata.
Celandosi dietro lo strumento
premiale previsto in caso di collaborazione, il Procuratore Federale ha chiesto
la retrocessione in Lega Pro per il Catania (quindi solo una categoria
inferiore rispetto all’ultima giocata dai siciliani) e cinque anni di
inibizione per Pulvirenti.
Palazzi sostiene che le richieste
nascono da una valutazione premiale della collaborazione, perché queste
condotte, a suo dire, aiuterebbero a spezzare il muro dell’omertà.
Se è per questo, si potrebbe anche affermare, in modo corretto, che il diritto tratta situazioni diverse in modo diverso, ed è vero. Il
fatto strano, e preoccupante, è che la situazione attuale è sì diversa da
quella del 2006, ma è diversa in quanto più grave.
Siamo infatti di fronte a partite
truccate attraverso la dazione di denaro e a fatti accertati in quanto
confessati dai diretti protagonisti.
Anche se ragionassimo per assurdo e prendessimo per buona la ricostruzione di Calciopoli, il messaggio lanciato allora dalla giustizia sportiva stride completamente con la linea attuale.
Allora richieste di pene esemplari anche in assenza di gare truccate, oggi scelte premiali in caso di pentimento post delictum senza però quella spontaneità che è elemento essenziale dell'istituto. In sostanza, se compri una partita e non ti scoprono, ti è andata bene. Se ti beccano non ti va proprio male, basta collaborare e tra cinque anni sei di nuovo dei nostri.
Anche se ragionassimo per assurdo e prendessimo per buona la ricostruzione di Calciopoli, il messaggio lanciato allora dalla giustizia sportiva stride completamente con la linea attuale.
Allora richieste di pene esemplari anche in assenza di gare truccate, oggi scelte premiali in caso di pentimento post delictum senza però quella spontaneità che è elemento essenziale dell'istituto. In sostanza, se compri una partita e non ti scoprono, ti è andata bene. Se ti beccano non ti va proprio male, basta collaborare e tra cinque anni sei di nuovo dei nostri.
Come è possibile arrivare a tale
abnormità? Può la confessione, fatta solo per ragioni opportunistiche e solo successivamente alla conclusione delle indagini di fronte ad
un quadro probatorio ben definito, giustificare una diversità di trattamento di
questo genere?
E come funziona la giustizia
sportiva? È il codice che permette tutto questo oppure le norme federali
consentono semplicemente, e sarebbe grave, una discrezionalità tale da sfociare
in arbitrio?
Un arbitrio che porta a chiedere
cinque anni a chi ha truccato sei partite e la radiazione per chi, secondo l'accusa, è riuscito (magia) a influenzare l'intero campionato senza alterare neanche il risultato di una gara (sic!).
Bisogna necessariamente aprire
una riflessione che porti alla riforma della giustizia sportiva, che tenga
conto delle esigenze di celerità senza mortificare il diritto di difesa di chi
è accusato, con pene proporzionate e certezza delle stesse, ordinata
all’insegna dei principi di imparzialità e indipendenza, del giusto processo e
dello stato di diritto.
Insomma, di disegnare un processo
degno di questo nome.
Antonio Zurlo
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